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Parlare più di una lingua: perché la traduzione letterale è una trappola

Spesso si crede che imparare una lingua straniera significhi solo impilare mattoni di vocabolario su una base di grammatica. È l’errore che commettono molte scuole e applicazioni: ti danno gli strumenti, ma dimenticano di darti il "manuale d'istruzioni" culturale e sociale.


Il mio sito si chiama «Parler plus qu'une langue» (Parlare più di una lingua) proprio per questo motivo. Perché per capire ed essere veramente capiti, la sociolinguistica — lo studio della lingua nel suo contesto sociale — è molto più importante della semplice memorizzazione.

Ecco perché la traduzione letterale, anche se "perfetta", non funziona quasi mai.

1. Il dizionario non prova emozioni


Prendiamo la parola giapponese Natsukashii. Un dizionario vi dirà "nostalgia". Eppure, in francese (così come in italiano), la nostalgia è quasi sempre tinta di tristezza e rimpianto. Per un giapponese, invece, è spesso un sentimento caldo e felice. L’autrice Amélie Nothomb ha intitolato uno dei suoi libri La Nostalgie heureuse (La nostalgia felice). Per un francese, questo titolo è un paradosso, una figura retoriale. Per un giapponese, è un'evidenza quotidiana.


2. Lo scontro tra mentalità: l'individuo contro il gruppo


Quando mi sono trasferito in Giappone dopo i miei studi, pensavo di parlare bene. Eppure, passavo spesso per una persona rude o troppo diretta. Perché? Perché traducevo letteralmente il mio modo di pensare francese: esprimevo opinioni e disaccordi senza filtri.


In francese (e in generale nelle lingue neolatine), definiamo il mondo a partire dall’«Io» (l’individuo). In giapponese, si definisce l’«Io» in funzione dell'altro. È per questo che esistono infinite maniere di dire «Io» in giapponese: la tua identità dipende dalla persona che hai di fronte. Se non cambi il tuo "software mentale", le tue parole, per quanto corrette, verranno interpretate male.


3. «Zio, parli come in un vecchio film»


Dopo aver vissuto 9 anni a Barcellona, sono tornato in Francia. Mia nipote di 14 anni mi ha subito detto: «Tonton, tu parles comme un vieux film !» (Zio, parli come in un vecchio film!). Il mio francese era impeccabile, ma non avevo fatto l'«aggiornamento». La lingua è un organismo vivo che si evolve ogni giorno. È per questo che è fondamentale imparare con un insegnante che vive nel Paese: per cogliere le sfumature attuali, l'evoluzione delle mentalità e non finire a parlare una lingua "da museo".


4. L'intraducibile: quando «Bonjour» sostituisce un'intera frase


Come ex traduttore professionista di drama e anime, ho dovuto spesso fare scelte radicali. Prendiamo il celebre Ojama shimasu. Letteralmente: «Verrò a disturbarvi». In Francia o in Italia, se un amico vi invita a casa sua, dire «scusa per il disturbo» non ha senso. Se si è invitati, è ovvio che non si disturbi! Tradurremo quindi semplicemente con «Bonjour» (o «Buongiorno»). Perché? Perché i codici dell'ospitalità sono diametralmente opposti.


Conclusione


Questa complessità è ciò che mi appassiona. Al di là delle regole grammaticali, parlare una lingua straniera è un'esperienza trasformativa: significa accettare di vedere il mondo da un'altra prospettiva e diventare, un po', una persona diversa.

Nelle mie composizioni musicali, mescolo spesso le lingue perché certi sentimenti non hanno semplicemente una traduzione unica. Appartengono a una cultura e a un modo di essere. Imparare una lingua è molto più che memorizzare liste; è un viaggio verso l'altro e la scoperta di un nuovo lato di se stessi.

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